sabato 26 luglio 2008

OGNI UOMO HA IN SE' IL MONDO INTERO

"Mi hai detto che sei stata spesso delusa" disse Nules ad un certo punto, "cosa ti ha delusa, mia cara?"
"Io non sono una ragazzetta, vedi bene, mio saggio principe, ma la vita trascorsa lungo le strade del mondo mi ha permesso di scrutare nell'animo umano, di vederne tutta la bellezza, la soavità, l'amore racchiuso, ma troppo spesso ho visto questi buoni sentimenti schiacciati dall'egoismo, dalla crudeltà, dall'ignoranza, e non ho imparato a rassegnarmi. Il mio cuore piange per un nonnulla. Non posso sentire una parola sgarbata, non posso sentire l'indifferenza che troppo spesso attanaglia l'uomo! Piango, mio caro Nules, quando una mano si tende ad invocare aiuto, e dall'altra parte c'è solo uno sguardo che evita di guardare, che non vuole vedere"

"Questa è la vita, piccola Arlina. Ogni uomo ha in sé il mondo intero, con tutte le sue grandezze e le sue miserie, con la sua bontà e le cattiverie!"

"Non lo accetto, mio principe, non voglio, non posso".

Arlina muoveva le mani , le stringeva a pugno e le apriva, le attorcigliava torturandole; era in preda ad una forte emozione e gli occhi s'erano riempiti di lacrime mentre la voce di andava incrinando.

"Non piangere, mia cara. Col tempo capirai che non possiamo cambiare l'uomo, che la sua bellezza sta proprio nella sua mutevolezza, nella sua possibilità di scegliere fra il bene e il male, ed anche quando sceglie il male è pur sempre un uomo, ma ci vuol tempo per capire. Tu sei ancora una piccola colomba ma un po' alla volta spunteranno anche a te artigli d'aquila, allora imparerai a perdonare chi sbaglia, perché anche tu sbaglierai".

"No, Nules, io non avrò mai artigli, né rostro, né voce di drago. Non potrei più viaggiare nel mondo con quel pesante fardello".

Il principe la guardava con occhi dolci. Anche lui era stato un ragazzo ed aveva sognato un uomo diverso, e aveva sofferto e penato, e pianto, ma gli anni gli avevano insegnato la tolleranza e quando aveva imparato a riconoscere e ad accettare le sue cattiverie e debolezze aveva trovato finalmente la serenità, ma non bastavano le parole per spiegare tutto questo ad un giovane cuore. Doveva trascorrere il tempo.
da: "Arlina e il regno fra i monti"

lunedì 30 giugno 2008

L'AMORE DI ARISTOFANE

Uno dei passaggi più importanti del Simposio di Platone è il discorso di Aristofane, il qualr introduce il mito dei tre sessi originari, tagliati a metà per volere di Zeus. Secondo il mito, i progenitori dell’umanità erano persone rotonde, con faccia doppia su un’unica testa e membra doppie, appartenenti a tre diversi generi, maschio, femmina e androgino, ormai scomparso, che partecipava di entrambi i precedenti. Creature forti e arroganti, essi si avventurarono in una guerra contro gli dei, che per punirli e renderli più deboli li tagliarono in due parti. Da allora ogni metà brama di ricongiungersi all’altra, nel tentativo di ricostituire l’antica natura. Si spiegano così gli amori della donna per l’uomo, della donna per la donna, dell’uomo per l’uomo, tutti accomunati dall’affannoso desiderio di ristabilire un legame che, se viene riallacciato, costituisce un’inesauribile fonte di felicità e armonia.
Anticamente, infatti, la nostra natura non era la stessa di ora, ma differente. Anzitutto, invero, i generi dell’umanità erano tre, e non due – come adesso –, il maschio e la femmina; piuttosto, c’era inoltre un terzo genere, partecipe di entrambi i suddetti, di cui ora rimane il nome, ma esso, come tale, è scomparso. A quel tempo infatti l’androgino era un’unità, e partecipava, per aspetto e per nome, di entrambi, il maschio e la femmina, ma ora non è se non un nome, di intenzione oltraggiosa. In secondo luogo la forma di ogni uomo era, tutta quanta, arrotondata, con il dorso e i fianchi disposti in cerchio; ciascuno aveva quattro mani, e gambe in numero uguale alle mani, e, sopra un collo tornito circolarmente, due volti, in ogni punto simili; aveva poi un’unica testa per entrambi i volti, situati l’uno all’opposto dell’altro, e quattro orecchi, e due organi genitali, e tutte le altre parti, secondo ciò che si potrebbe raffigurare partendo da queste. Ed essi potevano anche camminare diritti, come ora, in quale delle due direzioni volessero; oppure, quando si avviavano velocemente in corsa – come volteggiano in cerchio gli acrobati, che fanno ruotare completamente le gambe – appoggiandosi sulle estremità, che allora erano otto, si muovevano rapidamente in cerchio. E i generi erano tre, e di tale natura, per la seguente ragione: il maschio era in origine progenie del sole, la femmina della terra, e il genere partecipe di entrambi era progenie della luna, poiché anche la luna partecipa del sole e della terra; essi stessi, dunque, erano sferici, e circolare il loro procedere, per la somiglianza con i loro genitori. Così, erano terribili per il vigore e la possanza, nutrivano propositi arroganti, e tentarono un attacco contro gli dei; e ciò che Omero dice di Efialte e di Oto – il tentativo di dare la scalata al cielo, per assalire gli dei – si adatta a quelli. Zeus e gli altri dei, orbene, si consultavano su ciò che dovessero fare, ed erano in difficoltà: non sapevano decidersi, invero, né ad ucciderli e, fulminandoli come i Giganti, fare scomparire la schiatta – sarebbero in tal caso scomparsi gli onori e i sacrifici che potevano giungere loro da parte degli uomini – né a lasciarli infuriare. Dopo faticose riflessioni, Zeus dichiara: “Ho un mezzo, credo, perché gli uomini possano esistere, eppure abbandonino la sfrenatezza, una volta divenuti più deboli. Ora infatti” disse “taglierò ciascuno di loro in due, ed essi da un lato saranno più deboli, e d’altro lato saranno al tempo stesso più utili a noi, per l’accrescersi del loro numero; e cammineranno eretti, su due gambe. Ma se ancora pretenderanno di infuriare, e non vorranno rimanere tranquilli, una seconda volta” disse “li taglierò in due, cosicché cammineranno su una gamba sola, saltellando”. Ciò detto, tagliò gli uomini in due, come quelli che tagliano le sorbe per metterle in conserva, o come quelli che tagliano le uova con un capello; e man mano che tagliava qualcuno, ordinava ad Apollo di rovesciare verso il lato del taglio il volto e la metà del collo, perché l’uomo, contemplando la propria sezione, fosse più moderato, e comandava di risanare tutto il resto. E quello rovesciava il volto, e raccogliendo e tirando da ogni parte la pelle su ciò che oggi è chiamato ventre – come le borse che si chiudono tirando a questo modo – manteneva una sola apertura e la stringeva fortemente nel mezzo del ventre, il che appunto viene chiamato ombelico. E spianava quasi tutte le numerose rugosità, e foggiava le varie parti del petto, con uno strumento simile a quello con cui i calzolai spianano sulla forma delle scarpe le rugosità del cuoio; ne lasciò tuttavia alcune, proprio quelle attorno al ventre e all’ombelico, perché fossero un vestigio dell’antico evento. Allora, una volta divisa in due la natura primitiva, ciascuna metà, bramando la metà perduta che era sua, la raggiungeva; e avvincendosi con le braccia e intrecciandosi l’una con l’altra, per il desiderio di fondersi assieme, perivano di fame e, anche per il resto, di inazione, perché non volevano fare nulla l’una separata dall’altra. E ogni volta che una delle metà moriva, mentre l’altra rimaneva in vita, la superstite cercava un’altra metà e si intrecciava con essa, sia che si imbattesse nella metà di una donna tutta intera – la metà appunto che ora chiamiamo donna – sia che si imbattesse in quella di un uomo. E così perivano. Ma Zeus, mosso da pietà, appresta un altro artificio, e sposta sul davanti i loro genitali – sino allora, infatti, avevano anche questi sul lato esterno, e generavano e partorivano, non già gli uni verso gli altri, ma sulla terra, come le cicale –, spostò dunque a questo modo i loro genitali sul davanti, e mediante questi stabilì la generazione tra di loro, attraverso il maschio nella femmina, con lo scopo che, nell’abbraccio, se un uomo si imbatteva in una donna, generassero e si producesse la stirpe, e al tempo stesso, se un maschio si imbatteva invece in un maschio, sorgesse almeno la sazietà di quella congiunzione, e facessero pausa, e si volgessero all’agire, e si curassero del resto della vita. Da un tempo così remoto, dunque, è connaturato negli uomini l’amore degli uni per gli altri; esso ricongiunge la natura antica, e si sforza di fare, di due, uno, e di guarire la natura umana. Ciascuno di noi è quindi un complemento di uomo, in quanto è stato tagliato – come avviene ai rombi – da uno in due: ciascuno, dunque, cerca sempre il proprio complemento. Tra gli uomini, orbene, tutti quelli che sono una parte tagliata dal genere congiunto, che allora si chiamava appunto androgino, si rivolgono con desiderio alle donne, e da questo genere derivano, per la massima parte, gli adulteri; del pari da questo genere discendono tutte le donne desiderose degli uomini e le adultere. Quanto poi alle donne formate dalla sezione di una donna, esse non prestano per nulla attenzione agli uomini, ma si rivolgono piuttosto verso le donne, e da questo genere nascono le tribadi. Tutti quelli, infine, formati dalla sezione di un maschio, inseguono i maschi, e sin tanto che sono fanciulli, essendo frammenti del maschio, amano gli uomini, e godono di giacere assieme agli uomini, avvinti strettamente ad essi; e tra i fanciulli e gli adolescenti, questi sono i più eccellenti, in quanto sono per natura i più coraggiosi. Certo, alcuni affermano che essi sono degli spudorati, ma dicono il falso: non è per spudoratezza, infatti, che si comportano così, bensì per ardimento, coraggio e virilità, attaccati a ciò che è simile a loro. E di questo c’è una prova importante: giunti alla maturità, infatti, soltanto gli uomini di tale natura si dimostrano adatti alla politica. Quando sono diventati uomini, inoltre, amano i fanciulli, e non si interessano del matrimonio e della procreazione dei figli, per loro natura, ma vi sono costretti dalla legge: a loro basta, piuttosto, passare la vita assieme, senza nozze. Un tale individuo, dunque, diventa in tutti i modi sia amante dei fanciulli, sia innamorato degli amanti, attaccandosi sempre a ciò che gli è affine. Orbene, quando l’amante dei fanciulli, o qualsiasi altro, si imbatta appunto in quella che è la propria metà, allora precisamente essi sono sopraffatti in modo mirabile dall’affetto, dall’intimità e dall’amore; e non vogliono, se così si può dire, separarsi l’uno dall’altro, neppure per breve tempo. E coloro che trascorrono assieme tutta la vita sono individui, che non saprebbero neppure dire cosa vogliono ottenere l’uno dall’altro. Nessuno invero potrà credere che si tratti del contatto dei piaceri amorosi, ossia che in vista di ciò l’uno si rallegri di stare vicino all’altro, con uno slancio così grande: è evidente, al contrario, che l’anima di entrambi vuole qualcos’altro, che non è capace di esprimere; di ciò che vuole, piuttosto, essa ha un presentimento, e parla per enigmi. E se, mentre giacciono accostati, Efesto comparisse dinanzi a loro, con i suoi strumenti, e domandasse: “Che cos’è, uomini, ciò che volete ottenere l’uno dall’altro?”, e se, di fronte al loro imbarazzo, di nuovo li interrogasse: “Forse è questo che desiderate, l’accostarvi quanto più è possibile l’uno all’altro, così da non rimanere staccati, né di notte né di giorno, l’uno dall’altro? se desiderate questo, voglio fondervi e saldarvi in qualcosa di unico, in modo che, da due che siete, diventiate uno, e finché rimarrete in vita, viviate entrambi in comunione, come un essere solo, e quando sarete morti, ancora laggiù, nella dimora di Ade, siate uno in luogo di due, in comunione anche da morti; guardate dunque, se tale è l’oggetto della vostra passione, e se vi appagate di raggiungere questo”: noi sappiamo che neppur uno di costoro, udendo ciò, rifiuterebbe, o manifesterebbe di volere qualcos’altro; ciascuno, piuttosto, riterrebbe senz’altro di aver udito proprio quello che da gran tempo agognava: diventare – congiungendosi e confondendosi con l’amato – da due uno. La causa di ciò, invero, è che la nostra natura antica era cosiffatta, e noi eravamo interi: alla brama e all’inseguimento dell’interezza, orbene, tocca il nome di amore. E in precedenza, come ho detto, eravamo un’unità, mentre adesso, per avere agito male, siamo stati dispersi dal dio, come gli Arcadi dai Lacedemoni. C’è dunque da temere, se non ci comportiamo bene verso gli dei, di essere spaccati ancora una volta, e di andare in giro come se fossimo le figure modellate di profilo, in bassorilievo, sulle stele, segati a metà lungo la linea del naso, trasformati in contrassegni, come i due frammenti di un dado spezzato. Proprio per questo bisogna esortare ogni uomo ad agire con riverenza riguardo agli dei, in tutti i punti, al fine, da un lato, di sfuggire a qualcosa, e, d’altro lato, di cogliere qualcosa, secondo che ci guida e ci comanda Eros. Nessuno agisca contro di lui – contro di lui, peraltro, agisce chiunque si renda odioso agli dei – poiché, se diventiamo amici del dio e ci riconciliamo con lui, scopriremo e incontreremo proprio i nostri fanciulli, il che accade a pochi degli uomini di oggi. Ed Erissimaco non mi faccia una ritorsione, irridendo il mio discorso, come io mi riferissi a Pausania e ad Agatone: anch’essi invero fanno forse parte dei suddetti, e sono forse entrambi – quanto alla natura primitiva – maschi. Ma in realtà io, riferendomi a tutti, sia uomini sia donne, dico che la nostra schiatta diverrebbe felice, nel caso in cui portassimo l’amore al suo compimento, e ciascuno incontrasse la giovane persona amata che è sua, ritornando alla natura antica. E se questo è l’ottimo, è necessario altresì che tra le cose oggi alla nostra portata sia ottima quella che più vi si approssima, e tale è l’incontro con una persona amata, la cui natura si accordi coi nostri desideri.

NON C'ERA SCRITTO NIENTE A PAGINA 32

Non c'era scritto niente a pagina trentadue. Non c'era scritto neanche "32". Pagina trentadue era completamente bianca. Il capitolo uno finiva a pagina trentuno e, siccome l'editore non voleva cominciare il capitolo due sulla pagina a sinistra, lo aveva cominciato a pagina trentatre', e pagina trentadue l'aveva lasciata bianca. Tutti gli altri capitoli finivano sulla pagina a sinistra, cosi' non c'era bisogno di lasciare quella pagina bianca, e pagina trentadue era l'unica pagina del libro.Non è bello essere l'unica pagina bianca di un libro.Un libro è come un piccolo paese, staccato dal resto del mondo. La maggior parte del tempo se ne sta per conto suo sullo scaffale, e solo la copertina ha contatti con l'esterno: con altre copertine ma anche con il sole e la polvere, e ogni tanto con una mosca loquace che porta notizie da fuori. Se lo si tira giu' dallo scaffale, è raro che lo si apra: magari si vuole solo mostrarlo a qualcuno, cosi' è sempre la copertina che si gode il mondo. Anche quando lo si apre, ogni pagina ha diritto a pochi minuti di luce, e nello sforzo di sfruttarli il piu' possibile capita spesso che cada in confusione e dopo non si ricorda piu' niente. "Quante persone c'erano sedute a leggermi: due o tre? E stavano proprio parlando di me? E gli piacevo? Non ho capito, non ce l'ho presente e forse non mi succedera' piu'".Stando cosi' le cose, le pagine di un libro parlano soprattutto fra loro. E, non avendo molto da dire, parlano soprattutto una dell'altra. Potete immaginare dunque quante se ne debba sentire una pagina bianca. "Guarda quella: non ha neanche il numero.""Se non fosse per la pagina a fianco, non saprebbe neanche chi è." "Se ne potrebbe benissimo fare a meno." "Serve solo ad aumentare il prezzo." Eccetera eccetera. Non che queste cose te le vengano a dire in faccia, ma il posto è piccolo e prima o poi ti capita di sentirle. Pagina trentadue aveva tanta pazienza e non protestava mai, ma soffriva molto.Un giorno arrivo' il padrone con suo figlio: un bimbo piccolo e irrequieto, che certamente avrebbe fatto danni. Tutte le copertine erano preoccupate. Molte pero' tirarono un sospiro di sollievo quando il padre disse: "Aspetta, ti do io un libro che puoi strappare. Ecco: prendi questo, tanto non serve." Il libro era quello con la pagina bianca, e in men che non si dica il bimbo lo ridusse ad un mucchio di fogli. Le pagine erano offese e stupefatte, ma le loro avventure non erano finite. A un certo punto il padre si mise a cercare in mezzo ai fogli, prese la pagina bianca e ci fece un aeroplanino. Lo fece lasciando il bianco di fuori, perche' gli sembrava piu' bello, cosi' pagina trentuno (che era scritta a meta', essendo la fine del capitolo uno) non poteva vedere niente di quel che succedeva. Poi arrivo' la mamma e disse: "Che cosa avete combinato? Mettete in ordine!". Le altre pagine finirono nel camino e le loro preziose parole diventarono cenere. Pagina trentadue invece ando' a volare in giardino e vide alberi e farfalle, ed ebbe tutto il tempo per guardare bene. E questo perche' a pagina trentadue non c'era scritto niente. Non c'era scritto neanche "32".
(la filosofia in 42 favole di Ermanno Bencivenga)

IL MILLEPIEDI

C'era una volta un millepiedi viveva felice un giorno incontrò la rana e la rana gli chiese:-Come fai a mettere i piedi uno davanti all'altro senza inciampare?- Il millepiedi ci pensò e da quel momento non fu più in grado di camminare
(favola zen)

AMARE PER PERDERSI

C'era un innamorato che amava senzasperanza. Si ritirò del tutto nella propria animae gli parve che il fuoco d'amore l'avrebbeconsumato. Perdette il mondo, non vedeva piùil cielo azzurro e il verde bosco, il torrenteper lui non frusciava, l'arpa per luinon suonava, tutto era sprofondatoe lui era caduto in miseria. Ma il suo amorecresceva, e lui avrebbe preferito moriree rovinarsi piuttosto che rinunciare al possessodella bella donna che amava. Sentì allorache il suo amore aveva bruciato in lui ogni altracosa, e l'amore divenne potente e tirò e tirò,e la bella donna dovette obbedire.Venne, e lui era lì a braccia aperte per attirarlaa sé. Ma quando gli fu davanti si era del tuttotrasformata, e con un brivido egli sentì e videche aveva attirato a sé tutto il mondo perduto.Era davanti a lui e gli si arrendeva,cielo e bosco e torrente, tutto gli veniva incontroin nuovi colori, fresco e splendido,gli apparteneva, parlava il suo linguaggio.E invece di conquistare soltanto una donnaegli aveva tra le braccia il mondo intero,e ogni stella del cielo ardeva in cui e scintillavavoluttà nella sua anima. - Aveva amatoe amando aveva trovato se stesso.Ma i più amano per perdersi."
(Hermann Hesse)

LE MELE ACERBE

"Pazienza, posso aspettare, è come con le mele acerbe”
"Le mele acerbe?"
"Una volta, quando ero molto piccolo, mi sono arrampicato su un albero e ho mangiato delle mele verdi, acerbe. La pancia mi si gonfiò e divenne dura come un tamburo. Mi faceva molto male. La mamma mi spiegò che se avessi aspettato che le mele fossero mature, non mi sarebbe successo niente. Così, adesso, quando desidero molto qualcosa, penso alle mele."

[Il cacciatore di aquiloni – K. Hosseini]

giovedì 29 maggio 2008

MI ASPETTO CHE MI AMI PER CIO' CHE SONO E PER CIO' CHE DIVENTERO'

Il bambino chiamò per la terza volta e lei andò subito.L'editore, rimasto solo, aveva l'aria stanca. La testa gli cadde un poco da una parte, si rizzò, sorrise come di se stesso, poi permise al suo corpo di riafflosciarsi, alla schiena di tornar curva. La donna tornò indietro e gli si fermò davanti. Lui guardò su. Lei gli posò la mano sulla fronte e andò a sederglisi dirimpetto. Egli prese la sua mano, posata sul tavolo, e la baciò. Rimasero a lungo in silenzio.Lei disse: «Devo metterle un po' di musica?»L'editore scosse la testa, ma subito, come se si fosse aspettato la domanda. Tacevano di nuovo. L'editore: «Ma da lei il telefono non suona mai?».La donna: «Negli ultimi giorni quasi più. E d'inverno in genere di rado. Forse suonerà di nuovo in primavera?».Dopo un lungo silenzio, lei disse: «Adesso credo che Stefano si sia addormentato». E poi: «Se lei non fosse diventato per così dire il mio datore di lavoro, oserei farle capire come sono stanca».L'editore: «E a parte questo, la bottiglia è vuota».Si alzò, e lei lo accompagnò alla porta. Egli prese il cappotto ma rimaneva lì su due piedi, a testa china; poi si rizzò. Inaspettatamente lei gli tolse il cappotto di mano e disse: «Beviamoci ancora un bicchiere. Poco fa ho avuto la sensazione che ogni minuto che si è soli ci sfugga qualcosa che non si recupera più. Lei lo sa bene, la morte. Mi perdoni questa parola. In ogni caso, adesso mi ha fatto male. Spero che non mi fraintenda. In cucina c'è ancora una bottiglia di Burgunder. E' un vino pesante, e dopo si dorme bene».Erano in piedi nel soggiorno davanti la finestra e bevevano il vino rosso. Le tende non erano chiuse; guardavano fuori, in giardino, nevicava.L'editore raccontò:
« Poco tempo fa ho lasciato un'amica in un modo così strano che glielo vorrei raccontare. Era notte e viaggiavamo in taxi. Io la cingevo con un braccio e tutti e due guardavamo fuori, dalla stessa parte. Stavamo bene. Deve sapere che si trattava di una ragazza giovanissima, neanche vent'anni, e che io le ero molto attaccato. Ed ecco che di sfuggita, passando, sul marciapiede vidi un uomo che camminava. Non potei afferrare alcun particolare, la strada era troppo buia: vidi soltanto che l'uomo era giovane. E all'improvviso mi immaginai che la ragazza accanto a me, alla vista di quella figura là fuori, si fosse resa conto di stare dentro il taxi abbracciata ad un uomo tanto vecchio e che in quell'istante dovesse per forza provare ribrezzo di me! Questa fantasia fu per me un tale shock che ritirai immediatamente il braccio dalle sue spalle. A dire la verità, proseguii fin da lei, l'accompagnai fin sulla porta di casa, ma qui le dissi che non volevo vederla più. Feci la voce grossa, le intimai di scomparire, che ero stufo di lei, che era finita, e me ne andai di fretta. Sono sicuro che ancora oggi lei non sa perchè io l'abbia lasciata. E' probabile che alla vista del giovanotto sul marciapiede non abbia pensato proprio niente. Forse non l'ha nemmeno notato ».
Vuotò il bicchiere. Ora tacevano e guardavano fuori dalla finestra, e sotto passava di nuovo la vecchia col cane e faceva un cenno di saluto verso l'alto; adesso aveva l'ombrello aperto.L'editore disse: «E' stato bello con lei, Marianne. No, non bello: diverso».Andarono alla porta. L'editore: «Mi permetterò di far suonare qualche volta il suo telefono, anche se siamo ancora in pieno inverno».Sulla porta già aperta, quando lui aveva già addosso il cappotto, lei gli chiese se era venuto con la macchina; la neve turbinava dentro. L'editore: «Con un autista, sì. Mi aspetta in macchina».La donna: «L'ha fatto aspettare così a lungo?».L'editore: «Ci è abituato».La macchina era lì davanti alla porta; dentro c'era l'autista, nella semioscurità. La donna: «Ha dimenticato di darmi il libro che devo tradurre».L'editore: «E' in macchina».Fece un segno all'autista, che portò subito il libro.L'editore lo passò alla donna, che poi chiese: «Allora vuole mettermi alla prova?».L'editore, dopo una pausa: «Ora comincia la lunga stagione della sua solitudine, Marianne».La donna: «Da qualche tempo tutti mi fanno minacce». E all'autista lì accanto: «E lei, mi vuol minacciare anche lei?». L'autista sorrise imbarazzato.Era sola di notte in mezzo al corridoio, col libro in mano; sopra la sua testa le finestre del tetto scricchiolavano per la neve. Essa cominciò a leggere: «Au pays de l'idéal: j'attends d'un homme qu'il m'aime pour ce que je suis et pour ce que je deviendrai». Provò a tradurre: «Nel paese ideale: io da un uomo mi aspetto che mi ami per ciò che sono e per ciò che diventerò». Alzò le spalle.
[ Peter Handke, La Donna Mancina ]

mercoledì 21 maggio 2008

CONOSCERE SE STESSI

Immagina di essere in una stanza bianca, con le pareti bianche, il pavimento bianco, il soffitto bianco, e niente angoli. Immagina di essere sospeso in questo spazio bianco da una forza invisibile. Sei appeso lì, per aria. Non puoi toccare nulla, non puoi udire nulla, tutto ciò che vedi è bianco... Quanto credi di poter «resistere» nella tua esperienza?
"Non molto a lungo... Esisterei, ma non potrei conoscere nulla su me stesso. Molto presto impazzirei."
Esatto. Lasceresti la tua mente, in modo letterale. La mente è quella parte di te che ha il compito di ricavare un senso da tutti i dati che riceve e senza dati in arrivo non ha nulla da fare. Ora, nel momento in cui vai «fuori di testa», cessi di esistere nella tua esperienza. Ovvero, cessi di sapere qualunque cosa specifica su te stesso. Sei piccolo? Sei grande? Non puoi saperlo, perché non c'è nulla al di fuori di te con cui compararti. Sei buono? Sei malvagio? Non puoi saperlo. Non puoi neppure sapere se sei davvero lì, perché non hai punti ci riferimento. Puoi concettualizzare, certo, ma non puoi sperimentare nulla.Poi accade qualcosa che cambia tutto...Appare un puntino sulla parete, come se qualcuno lo avesse disegnato con una penna stilografica. Nessuno sa realmente come ha fatto quel punto ad arrivare lì, ma non ha importanza, perché è ciò che ti ha salvato...Ora ci sei tu, e c'è il Punto Sulla Parete.Improvvisamente puoi di nuovo prendere delle decisioni, puoi di nuovo fare delle esperienze. Il punto è lì, e ciò significa che tu devi essere qui. Il punto è più piccolo di te, quindi tu sei più grande di lui. Puoi cominciare di nuovo a definirti, in rapporto al Punto Sulla Parete. Il tuo rapporto con il punto diventa sacro, perché è stato lui a restituirti un senso di te stesso...Ora nella stanza arriva un gattino.Tu non sai chi sta provocando questi eventi, ma sei contento, perché ora puoi prendere altre decisioni. Il gatto sembra più morbido di te. Ma tu sembri più intelligente (almeno a volte!). E sei più forte.Nella stanza cominciano ad apparire altre cose e tu inizi a espandere la tua definizione di Te Stesso.Poi... finalmente comprendi: Solo in presenza di qualcos'altro puoi conoscere te stesso.Questo qualcos'altro è ciò che tu non sei. Perciò: in assenza di ciò che Non Sei... ciò che Sei... non é.Hai ricordato un'enorme verità e assumi l'impegno di non dimenticarla mai più. Ricevi a braccia aperte tutto ciò che arriva nella tua vita: persone, luoghi, cose. Non rifiuti nulla, perché ora sai che tutto ciò che appare nella tua vita è una benedizione: ti offre una nuova opportunità di definire chi sei e di conoscerti in quel modo.
la parabola della bianchezza di Neale Donald Walsch.

DISTACCO

Quando ero piccolo avevo un grosso problema.Ogni tanto mi faceva male la testa o la gola, e fin qui niente di strano: non era piacevole, ma è una cosa che capita a tutti e, come si dice, mal comune…C’era anche, però, un male che non era affatto comune; anzi, ce n’erano molti.Succedeva, per esempio, che mi facessero male i pantaloni, quando la mamma li metteva in lavatrice e quella specie di ventola che c’è lì dentro li sbatteva di qua e di là.Mi faceva male il gatto se qualcuno gli tirava la coda e mi faceva male la sedia quando ci si sedeva sopra lo zio Pasquale, che pesa più di un quintale e a momenti la sfonda.A un certo punto la mamma decise di portarmi dal dottore.Era un signore alto e tutto bianco, con degli occhiali così spessi che gli occhi neanche si vedevano.Mi fece sedere e sdraiare, mi tastò davanti e dietro, mi guardò con certi altri occhialiancora più spessi e finalmente si schiarì la voce e cominciò a spiegare.“Tutti quanti, disse, quando veniamo al mondo ci stacchiamo dal resto delle cose.Alcune cose rimangono nostre, come la testa e la gola, e altre cose - la maggior parte delle cose - no.Il gatto e i pantaloni e la sedia, per esempio, non sono nostri; o meglio, sono nostri nel senso che ce li possiamo tenere e se un altro li vuole ce li deve chiedere, ma non nel senso che fanno parte di noi come la testa e la gola.Ecco, questo è quel che capita a tutti, anzi a quasi tutti.Per motivi che nessuno comprende, ogni tanto nasce un bambino che non si stacca dal resto delle cose.”Io ero un bambino così: un cordino invisibile ma molto resistente mi legava al gatto e alla sedia, e anche alla pastasciutta e alla luna.Per farmi diventare come gli altri bisognava tagliare il cordino.Detto fatto, il dottore prese uno strumento invisibile ma molto resistente (che strumento fosse non lo so, perché non l’ho visto) e tagliò il cordino.Da allora va tutto bene. O forse dovrei dire: non va male.Non mi fanno più male i pantaloni quando la mamma li mette in lavatrice, o il gatto quando qualcuno gli tira la coda, o la porta quando il vento la sbatte con gran fracasso, e tutto sommato non mi dispiace di sentir male solo alla testa o alla gola.C’è anche qualcosa che mi dispiace, però.Prima, quando i pantaloni uscivano dalla lavatrice e la mamma li stendeva al sole, sentivo tutto quel caldo che mi scorreva dentro come una tazza di cioccolata d’inverno.Poi la mamma li ritirava nell’armadio fresco e profumato di lavanda, ed era come addormentarsi nell’erba, sotto ad un albero, dopo un pranzo all’aperto e tante corse dietro ad un pallone.Per non parlare di quando il gatto si accoccolava sulla sedia: il suo pelo morbido contro il cuoio liscio e vellutato.O quando la mamma sfogliava un libro e senza accorgersene accarezzava le pagine.Quelle carezze non le sento più, da quando se n’è andato il cordino.”
(La filosofia in quarantadue favole, Ermanno Bencivenga)

FARE CENTRO

Un grande maestro di tiro con l'arco organizzò una gara tra i suoi allievi per valutare il loro grado di preparazione. Nel giorno fissato, un bersaglio di legno con al centro un cerchìo rosso fu legato su un albero ad una estremità della radura. All'estremità opposta, fu tracciata sul suolo una linea, dietro la quale si piazzarono i concorrenti.Un giovane avanzò baldanzosamente, impaziente di dimostrare la sua abilità. Afferrò saldamente l'arco e una delle frecce, poi si sistemò in posizione di tiro."Posso tirare, maestro?" chiese.Il maestro che lo fissava attentamente gli domandò:"Vedi i grandi alberi che ci circondano?"."Si, maestro, li vedo benissimo tutt'intorno alla radura"."Bene", rispose il maestro, "torna con gli altri perché non sei ancora pronto".L'allievo, sorpreso, posò l'arco e obbedi.Un secondo concorrente si fece avanti, prese l'arco e la freccia e mirò con cura. Il maestro si portò di fianco all'arciere e gli chiese: "Puoi vedermi?"."Sì, maestro, posso vedervi. Siete qui vicino a me"."Torna a sederti con gli altri" rispose il maestro, "Tu non potrai mai colpire il bersaglio".Tutti i partecipanti, gli uni dopo gli altri, afferrarono l'arco e si prepararono a scoccare la freccia, ma ogni volta il maestro poneva loro una domanda, ascoltava la risposta e li rimandava al loro posto.La folla sorpresa cominciÒ a rumoreggiare. Nessuno degli allievi aveva tirato una sola freccia.Allora si fece avanti il più giovane degli allievi. Se n'era stato in disparte, silenzioso. Tese l'arco poi restò perfettamente immobile, gli occhi fissi davanti a lui."Vedi gli uccelli che sorvolano il bosco?" gli chiese il maestro."No, maestro, non li vedo"."Vedi l'albero sul quale è inchiodato il bersaglio di legno?""No, maestro. non lo vedo"."Vedi almeno il bersaglio?"."No, maestro, non lo vedo".Dalla folla degli spettatori si levò una risata. Come poteva quel ragazzo colpire il bersaglio se non riusciva nemmeno a distinguerlo dall'altra parte della radura?Ma il maestro impose il silenzio e domandò pacatamente all'allievo: "Allora, dimmi, che cosa vedi?"."Io vedo un cerchio rosso" rispose il giovane."Perfetto" replicò il maestro. "Tu puoi tirare".La freccia solcò l'aria sibilando leggera e si piantò vibrando nel centro del cerchio rosso disegnato sul bersaglio di legno.