lunedì 12 maggio 2008

LASCIARE LIBERO DI VOLARE

C'era una volta un uccellino, con ali perfette e piume lucenti, colorate e meravigliose. Insomma un animale creato per volare in libertà nel cielo e rallegrare chiunque lo vedesse.
Un giorno, una donna vide questo uccellino e se ne innamorò. Stupefatta, si fermò a osservarne il volo con il cuore che batteva all'impazzata, e gli occhi brillanti di emozione. Lo invitò a volare vicino a lei, e insieme vagarono attraverso i cieli e le terre in perfetta armonia. Lei ammirava, venerava, celebrava quell'uccelllino.
Ma poi pensò: "E se volesse conoscere le montagne lontane?" Ebbe paura. Paura di non provare mai più quel sentimento con altri uccellini. E provò anche invidia: invidia per la sua capacità di volare.
Si sentiva sola.
E allora si disse:"Preparerò una trappola. La prossima volta che arriverà, non potrà più andare via!".
L'uccellino, parimenti innamorato, tornò il giorno seguente, cadde nella trappola e fu imprigionato in una gabbia.
Lei trascorreva ore a guardarlo, tutti i giorni. Era l'oggetto della sua passione e lo mostrava alle amiche, che dicevano:"Ma tu hai davvero tutto." Poi cominciò a verificarsi una strana trasformazione: visto che possedeva l'uccellino, e non aveva più bisogno di conquistarlo, lentamente perse interesse per lui. E l'uccellino, non potendo volare ed esprimere il senso della propria vita, a poco a poco deperì, la lucentezza delle sue piume svanì e divenne brutto. La donna non gli prestava più attenzione, se non per nutrirlo e pulirgli la gabbia.
Un giorno, l'uccellino morì. Lei ne fu profondamente rattristata e iniziò a pensare sempre a lui. Tuttavia non si ricordava della gabbia, rammentava soltanto il giorno in cui lo aveva visto per la prima volta, mentre volava felice fra le nuvole.
Se avesse osservato se stessa, avrebbe scoperto che ciò che l'aveva colpita in quell'uccellino era la libertà, l'energia delle sue ali in movimento, e non il suo corpo fisico.
Senza l'uccellino, la sua vita perse di significato, e la Morte andò a bussarle alla porta. "Perchè sei venuta?" le domandò lei.
"Per farti volare di nuovo insieme a lui nel cielo," rispose la Morte. "Se lo avessi lasciato partire e tornare, lo avresti amato e ammirato anche di più. Ora, invece, hai bisogno di me per poterlo rincontrare."
(Paulo Coelho -Undici minuti)

LE MAGICHE ROSE

Il principe ritornando a palazzo sosta presso la casa di un saggio sufi e gli espone il suo tormento e la sua tristezza. Il saggio gli dice: “ Quando vuoi vendicarti di qualcuno lasci solo che quel qualcuno continui a farti del male. Prima di tornare al tuo palazzo devi liberarti dai ricordi che ti tormentano.” e gli narra di un giardino agli antipodi del mondo, dove crescono delle rose magiche il cui profumo ha il potere di dare l’oblio. Il principe parte con i suoi fidi e durante i mesi e poi gli anni capitano avventure insolite, incontri strabilianti, battaglie vinte e perse, paesi e costumi meravigliosi, finché dopo sette anni di viaggio, in cui ha perso la maggior parte della sua scorta, rimanendo solo con pochi amici, giunge al giardino e scorge il cespuglio dove fioriscono le magiche rose. Si avvicina al cespuglio ma, improvvisamente si chiede. “Perché devo sentire il profumo di queste rose?”

mercoledì 7 maggio 2008

LE DUE PECCATRICI

Due donne si recarono da un saggio, che aveva fama di santo, per chiedere qualche consiglio sulla vita spirituale.Una pensava di essere una grande peccatrice.Nei primi anni del suo matrimonio aveva tradito la fiducia del marito. Non riusciva a dimenticare quella colpa, anche se poi si era sempre comportata in modo irreprensibile, e continuava a torturarsi per il rimorso.La seconda invece, che era sempre vissuta nel rispetto delle leggi, si sentiva perfettamente innocente e in pace con se stessa. Il saggio si fece raccontare la vita di tutte e due. La prima raccontò tra le lacrime la sua grossa colpa. Diceva, singhiozzando, che per lei non poteva esserci perdono, perché troppo grande era il suo peccato.La seconda disse che non aveva particolari peccati da confessare. Il sant'uomo si rivolse alla prima: «Figliola, vai a cercare una pietra, la più pesante e grossa che riesci a sollevare e portamela qui».Poi, rivolto alla seconda: «E tu, portami tante pietre quante riesci a tenerne in grembo, ma che siano piccole». Le due donne sì affrettarono a eseguire l'ordine del saggio. La prima tornò con una grossa pietra, la seconda con un'enorme borsa piena di piccoli sassi. Il saggio guardò le pietre e poi disse: «Ora dovete fare un'altra cosa: riportate le pietre dove le avete prese, ma badate bene di rimettere ognuna di esse nel posto esatto dove l'avete presa. Poi tornate da me». Pazientemente, le due donne cercarono di eseguire l'ordine del saggio. La prima trovò facilmente il punto dove aveva preso la pietrona e la rimise a posto. La seconda invece girava invano, cercando di ricordarsi dove aveva raccattato le piccole pietre della sua borsa. Era chiaramente un compito impossibile e tornò mortificata dal saggio con tutte le sue pietre. Il sant'uomo sorrise e disse: «Succede la stessa cosa con i peccati. Tu», disse rivolto alla prima donna, «hai facilmente rimesso a posto la tua pietra perché sapevi dove l'avevi presa: hai riconosciuto il tuo peccato, hai ascoltato umilmente i rimproveri della gente e della tua coscienza, e hai riparato grazie al tuo pentimento. Tu, invece», disse alla seconda, «non sai dove hai preso tutte le tue pietre, come non hai saputo accorgerti dei tuoi piccoli peccati. Magari hai condannato le grosse colpe degli altri e sei rimasta invischiata nelle tue, perché non hai saputo vederle».
(Piccole storie per l'anima)

LA COSA PIU' STUPEFACENTE

Nel Mahabharata, l'antico poema epico che dagli indù è venerato alla stregua d'una sacra scrittura, si legge l'episodio in cui il protagonista Yudhishtira, giunto sulle sponde d'un lago, vi trova i suoi quattro fratelli che giacciono al suolo privi di vita. Grande è il suo stupore per l'inspiegabile sorte dei fratelli, ma ancor più grande è la sete incontenibile dalla quale viene improvvisamente assalito. Mentre si china sull'acqua per bere, ode una voce soprannaturale che gli dice:
Voce dal lago: Prima rispondi alle mie domande, poi ti farò bere!
Yudhishtira: Chi sei? Io non ti vedo!
Voce: Rispondi!
Yudhishtira: Dove sei? Nell'aria? Nell'acqua?
Voce: Non sono né pesce né uccello. Ho abbattuto i tuoi fratelli perché hanno voluto bere senza rispondere alle mie domande.
Yudhishtira: Allora interrogami.
Voce: Che cosa è più veloce del vento?
Yudhishtira: Il pensiero.
Voce: Che cosa ricopre la terra?
Yudhishtira: L'oscurità.
Voce: Sono di più i vivi o i morti?
Yudhishtira: I vivi, perché i morti non ci sono più.
Voce: Fammi un esempio di spazio.
Yudhishtira: Le mie mani chiuse come una sola.
Voce: Un esempio di lutto.
Yudhishtira: L'ignoranza.
Voce: Di veleno.
Yudhishtira: Il desiderio.
Voce: Un esempio di sconfitta.
Yudhishtira: La vittoria.
Voce: Quale dei due è venuto prima? Il giorno o la notte?
Yudhishtira: Il giorno... ma era solo un giorno avanti!
Voce: Qual è la causa del mondo?
Yudhishtira: L'amore
Voce: Qual è il tuo opposto?
Yudhishtira: Me stesso.
Voce: Che cos'è la pazzia?
Yudhishtira: Una via dimenticata.
Voce: E la rivolta? Perché si rivoltano gli uomini?
Yudhishtira: Per trovare la bellezza, nella vita oppure nella morte.
Voce: Che cosa è inevitabile per tutti?
Yudhishtira: La felicità.
Voce: E qual è la cosa più stupefacente?
Yudhishtira: Ogni giorno la morte colpisce, e noi viviamo come se fossimo immortali. Questa è la cosa più stupefacente.

IL GUARDIANO DELLA LEGGE

Davanti alla legge si erge il guardiano della porta. A questo guardiano si presenta un campagnolo chiedendo di entrare nella legge. Ma il guardiano dice che adesso non gli può concedere d’entrare. L’uomo riflette, poi domanda se gli verrà dunque permesso di entrare più tardi. «È possibile», dice il guardiano della porta, «ma adesso no». Siccome la porta della legge rimane, come sempre, aperta, e il guardiano si scosta, l’uomo si china per guardare nell’interno.
Il guardiano nota questo, ride e dice: «Se ti attira tanto, cerca un po’ di entrare nonostante il mio divieto. Ma rammentati di questo: io sono potente. E io sono soltanto l’ultimo dei guardiani. Davanti a ogni sala sta un guardiano, e ognuno è più potente dell’altro. Già l’aspetto del terzo è tale che nemmeno io lo posso sopportare».
Simili difficoltà, il campagnolo non se l’era aspettate; eppure la legge dovrebbe essere accessibile a tutti e sempre, pensa; ma ora, guardando più da vicino il guardiano nel suo mantello di pelliccia, col suo grande naso aguzzo, la lunga barba da tartaro sottile e nera, decide che sarà meglio attendere gli diano il permesso di entrare. Il guardiano gli porge uno sgabello e permette che si segga un po’ in disparte dalla porta. Là egli rimane seduto durante giorni e anni. Fa numerosi tentativi per essere ammesso, e stanca il guardiano con le sue suppliche. Spesso il guardiano gli fa subire piccoli interrogatori, gli pone domande sulla sua patria e su molte altre cose ancora, però son domande poste con indifferenza, domande da gran signore; e alla fine gli ripete sempre che non può lasciarlo entrare ancora. L’uomo, che si è ben attrezzato per il viaggio, adopera tutto, anche le sue cose più preziose, per corrompere il guardiano. Costui accetta tutto, in verità, però aggiunge: «Io l’accetto soltanto perché tu non creda di aver trascurato qualcosa». Durante tutti questi anni l’uomo osserva il guardiano quasi ininterrottamente. Egli dimentica gli altri guardiani, e questo primo gli sembra essere l’unico ostacolo. Maledice la mala sorte, nei primi anni senza riguardo e a voce forte, più tardi, invecchiando, borbotta soltanto fra i denti. Rimbambisce, e siccome, a forza di esaminare il guardiano durante tanti anni, ha finito anche col conoscere le pulci della sua pelliccia, prega anche le pulci di venirgli in aiuto mutando l’umore del guardiano.
Alla fine la sua vista s’indebolisce ed egli non sa se tutto si oscura intorno a lui o se sono soltanto gli occhi che lo ingannano. Ben riconosce però adesso nell’oscurità uno splendore incancellabile che scaturisce dalla porta della legge. Oramai non gli resta più molto da vivere. Prima della sua morte tutte le esperienze di tanti anni, accumulatesi nella sua testa, fanno nascere una domanda che sino a oggi egli non ha ancora posta al guardiano. Gli fa cenno con la mano, perché non riesce più a raddrizzare il suo corpo irrigidito. Bisogna che il guardiano si chini ben in basso, poiché la differenza di statura è mutata assai a svantaggio del campagnolo. «E che vuoi sapere ancora?» domanda il guardiano. «Sei insaziabile». «Tutti aspirano alla legge», dice il campagnolo, «com’è dunque che in tanti anni nessuno oltre a me abbia chiesto d’entrare?». Il guardiano capisce che l’uomo sta per spirare, e per farsi sentire ancora dal suo orecchio quasi sordo, ruggisce: «Qui nessun altro poteva entrare, poiché questo ingresso era destinato soltanto a te. Ora me ne vado e lo chiudo».
da FRANZ KAFKA, I Racconti,

LA META' DI UN SOGNO

C'era una ragazza che, ogni notte, guardava la luna. In quell'occhio del cielo dai riflessi d'argento le pareva di intravedere il profilo di un giovane sconosciuto. O forse era solo il riverbero misterioso di un sogno. La ragazza aspettava e sospirava.
Nell'altra parte del mondo, c'era un giovane che, ogni notte, guardava la luna. Su quel pallido schermo gli pareva di vedere il profilo dolce e seducente di una ragazza. Il giovane era un provetto arciere.
Così, una notte, incoccò la sua freccia più resistente e veloce sull'arco, lo tese con tutte le sue forze e mirò al volto placido della luna.
La freccia, dura come l'acciaio e rapida come il lampo, colpì la luna e ne staccò un frammento. Cadendo, il frammento si spaccò in due parti.
Una cadde in grembo alla ragazza, l'altra ai piedi del giovane arciere.
Tutti e due si legarono al collo, come un gioiello, il frammento di luna.
Si incontrarono poi? Forse.
Ma noi tutti, esseri umani, siamo come loro ed erriamo per il mondo portando ciascuno con sé la metà di un sogno.
(Bruno Ferrero)

IL PAPPAGALLO

C'era una volta un mercante che teneva un pappagallo in gabbia. Il suo lavoro lo indusse a partire per l'India, e allora chiese al suo pappagallo se avesse un qualche messaggio per i suoi simili di quel continente. Il pappagallo si limitò a rispondere: "Dì loro che me ne sto chiuso in una gabbia". Il mercante diede la sua parola di messaggero, e trasmise il messaggio al primo gruppo di pappagalli che incontrò sul suolo indiano. Udite quelle parole, uno di loro cadde a terra e ne morì immediatamente. Tornato in patria, il mercante accusò il pappagallo di averlo reso latore di un messaggio mortifero, ma appena ebbe ascoltato questo rimprovero anche il pappagallo del mercante cadde a terra morto, proprio come il suo simile indiano. A quel punto il mercante tolse il cadavere del pappagallo dalla gabbia e fece il gesto di gettarlo via, quand'esso riprese invece vita e fuggì volando, spiegando che il pappagallo indiano si era limitato ad indicargli la morte come via di fuga dalla gabbia.
di Maulana Jalaluddin Rumi

IL GUARDIANO DEL FARO

Raccogli una stella - disse il vecchio.
- Non ne vedo neanche una. E' mezzogiorno, e le stelle fanno capolino solo alla sera

- Dunque mi stai dicendo che le stelle esistono soltanto di notte?

- No, nient'affatto. Se ne stanno là, da qualche parte. Solo che non riesco a vederle

- Non sei ancora capace di attraversare i muri di cristallo, vero?

- Prego?

- Chiudi gli occhi, mia cara - suggerì l'Ammiraglio.

Lei li chiuse dolcemente.

- Durante il giorno, le stelle se ne stanno quatte quatte ad aspettare la notte per mostrare la luce. Ma loro
brillano sempre, di giorno e di notte. Che cosa vedi, Paola?

Paola sorrise. Aveva ancora gli occhi chiusi.

- Che cosa vedi?

Lei sorrise di nuovo
- Mi creda o no, Ammiraglio, ora guardo milioni e milioni di stelle!

- Le stelle aspettano la sera per mostrare la loro luce o sei tu a lasciarti trasportare dalla notte in pieno
giorno?

Il guardiano del faro strinse forte le mani di Paola nelle sue
- Tu hai appena attraversato un muro di cristallo. Non aprire gli occhi. Continua a fissare con la mente la tua
magnifica notte stellata. E fra tutte le stelle del tuo cielo, raccogline una e fa, che Ia tua vita diventi la
sua luce. Poi trasformala in una stella tanto speciale, tanto bella che tutte le stelle del cielo per un attimo
smettano di brillare, soltanto per un istante, al solo cospetto di tanta luminosità

- L'ho presa! - gridò Paola.

- Bene! - rispose l'Ammiraglio - Ora è tua, per sempre. Dipenderà soltanto da te mantenerla viva e brillante
per il resto della vita, giorno e notte. Lei sarà lì per te, sempre. Anche quando la tempesta è forte, e la
tavola da surf si schianta contro gli scogli. E anche quando t'innamori e impari ad amare, quando ti specchi
in lui e lui in te... lei è sempre là. Ma più di tutte le altre - precisò l'uomo - la tua stella brillerà quando ti
lascerai trasportare sulle ali dei tuoi sogni.

- Proprio come la luce del suo faro - osservò lei.

(tratto da: Il guardiano del faro")

DUE AMICI

Molti anni fa, in Cina, vivevano due amici. Uno era molto bravo a suonare l'arpa. L'altro era dotatissimo nella rara arte di saper ascoltare.
Quando il primo suonava o cantava di una montagna, il secondo diceva: "Vedo la montagna come se l'avessimo davanti".
Quando il primo suonava a proposito di un ruscello, colui che ascoltava prorompeva: "Sento scorrere l'acqua fra le pietre".
Ma un brutto giorno, quello che ascoltava si ammalò e morì.
Il primo amico tagliò le corde della sua arpa e non suonò mai più.
Esistiamo veramente se qualcuno ci ascolta. Il dono più grande che possiamo fare ad una persona è ascoltarla "veramente".
(dal web)

UNDICI MINUTI

Guadagno 350 franchi svizzeri per passare un’ora con un uomo. Sto esagerando. Se togliamo il levarsi i vestiti, l’accennare qualche falsa tenerezza, il dire qualche frase ovvia e rivestirsi, ridurremo questo tempo a undici minuti di sesso vero e proprio.
Undici minuti. Il mondo gira intorno a qualcosa che dura solo undici minuti. E a causa di questi undici minuti in un giorno di 24 ore (ammettendo che tutti facciano l’amore con le proprie mogli, tutti i giorni, il che è una vera e propria assurdità e una menzogna totale), gli uomini si sposano, mantengono la famiglia, sopportano il pianto dei bambini, si dilungano in spiegazioni quando arrivano tardi a casa, guardano decine, centinaia di altre donne con le quali vorrebbero passeggiare intorno al lago di Ginevra, comprano abiti costosi per sé, e abiti ancora più costosi per le donne, pagano prostitute per compensare ciò che manca loro senza neppure sapere che cosa sia, alimentano una gigantesca industria di cosmetici, diete, ginnastica, pornografia, potere - e quando si trovano con altri uomini, al contrario di quanto si dice comunemente, non parlano mai di donne. Parlano di lavoro, di soldi e di sport. C’è qualcosa di molto sbagliato nella civiltà.

( diario di una prostituta tratto da:" Undici minuti")