giovedì 31 dicembre 2009

L'OPALE DELL'AMORE

Due fidanzati non si stancavano di ammirare le pietre preziose che erano esposte in una gioielleria. Diamanti, zaffiri, smeraldi li incantavano. Ne cercavano una che fosse il segno del loro amore. Il loro sguardo cadde su una pietra modesta, scura e senza splendore. Il gioielliere lesse la domanda nei loro occhi. E spiegò: «Questo è un opale: è fatto di silice, polvere e sabbia del deserto, e deve la sua bellezza ad un difetto invece che alla sua perfezione. L'opale è una pietra con il cuore spezzato, poiché è pieno di minuscole fessure che permettono all'aria di penetrare all'interno. L'aria, poi, rifrange la luce, e il risultato è che l'opale possiede delle sfumature così incantevoli da essere chiamato "lampada di fuoco", perché ha dentro il soffio del Signore». Prese la pietra e la strinse forte nel cavo della sua mano. Continuò: «Un opale perde la sua lucentezza se viene messo in un posto freddo e buio, ma torna ad essere luminoso quando è scaldato dal tepore di una mano o è illuminato dalla luce». L'uomo aprì la mano. La pietra era un palpito di luce tenera, morbida, carezzevole. Quella fu la pietra acquistata.

lunedì 16 novembre 2009

IL RICORDO

In una giornata d'inverno, rientrando a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di prendere, contrariamente alla mia abitudine, un po' di tè. Rifiutai dapprima, e poi, non so perché, mutai d'avviso. Ella mandò a prendere una di quelle focacce pienotte e corte chiamate «maddalenine».
Ed ecco, portai alle labbra un cucchiaino di tè, in cui avevo inzuppato un pezzo di «maddalena» quella della conchiglietta di pasta , con la sua veste a pieghe. Ma, nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di focaccia toccò il mio palato, trasalii, attento a quanto avveniva in me di straordinario. Un piacere delizioso m'aveva invaso, Avevo cessato di sentirmi mediocre. Da dove m'era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo ch'era legata al sapore del tè e della focaccia, ma la sorpassava
Donde veniva? Che significava? Dove afferrarla?
E ad un tratto il ricordo m'è apparso.
Quel sapore era quello del pezzetto di «maddalena» che la domenica mattina , quando andavo a salutarla nella sua camera, la zia Léonie mi offriva dopo averlo bagnato nel suo infuso di tè o di tiglio.
La virtù della bevanda sembra diminuire. Depongo la tazza e mi rivolgo al mio animo.
…….l'odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, portando, l'immenso edificio del ricordo.
Chiedo al mio animo ancora uno sforzo, gli chiedo di ricondurmi di nuovo la sensazione che fugge.
…… allontano ogni ostacolo, ogni pensiero estraneo, mi difendo l'udito e l'attenzione dai rumori della stanza accanto.

Marcel Proust

NON SAPPIAMO MAI SE UNA COSA SIA BENE O MALE PER NOI

“Un giorno Akbar e Birbal andarono a caccia nella selva. Sparando col suo fucile, Akbar si ferì il pollice e gridò di dolore. Birbal gli fasciò il dito e lo consolò con le sue riflessioni filosofiche: “Maestà, non sappiamo mai ciò che è bene o è male per noi”. L’imperatore si infuriò e scaraventò il ministro nel fondo di un pozzo abbandonato. Poi continuò a camminare solo per il bosco. Frattanto un gruppo di selvaggi gli venne incontro in piena selva, lo attorniò, lo fece prigioniero e lo trascinò davanti al suo capo. La tribù stava preparandosi ad offrire un sacrificio umano e Akbar fu accolto come la vittima che Dio aveva loro inviato. Lo stregone della tribù lo esaminò attentamente e notando che aveva un pollice rotto, lo respinse perché la vittima prescelta non doveva avere nessun difetto. Allora Akbar si rese conto che Birbal aveva avuto ragione, provò rimorso per il suo gesto inconsulto, tornò correndo al pozzo nel quale lo aveva gettato, lo trasse fuori e gli chiese perdono per il male che, tanto ingiustamente, gli aveva causato. Birbal rispose. “Maestà, non deve chiedermi perdono, perché non mi ha fatto alcun male. Al contrario, mi ha fatto un grande favore: mi ha salvato la vita. Infatti, se non mi avesse scaraventato in questo pozzo, io avrei continuato a camminare al suo fianco e questi selvaggi avrebbero preso me per il loro sacrificio. Come vede, Maestà, non sappiamo mai se una cosa sia bene o male per noi ”

SI AMA QUALCUNO COS'I' COM'E'

Jules ebbe degli echi dei loro attriti. Raccontò loro una storia indù:

«Due amanti provavano i tormenti dell'amore e della gelosia. Conobbero insieme la più grande felicità, e la sciuparono. Molte volte si separarono e si ritrovarono, più innamorati di prima. Ma ognuno fece soffrire l'altro. Si lasciarono per sempre. Qualche anno dopo lui, col cuore spezzato, volle rivederla prima di morire. La cercò, viaggiò, pensando che, dovunque lei fosse, la sua bellezza l'avrebbe resa famosa. La ritrovò vedétte di una di una compagnia di danzatrici che conducevano un'esistenza frivola. Le andò incontro, la guardò, e non trovava niente da dirle, e le lacrime gli scendevano dagli occhi. Seguì la compagnia, e contemplava l'amica che ballava e sorrideva per gli altri. Non c'era rimprovero in lui, e non desiderava da lei che il permesso di guardarla. "Finalmente mi ami davvero!" gli disse lei».
Jules disse a Kathe:
«La tua massima è questa: in una coppia bisogna che almeno uno dei due sia fedele: l'altro».
Disse pure:
«Se si ama qualcuno, lo si ama così com'è. Non si desidera influenzarlo, perchè, se ci si riuscisse, non sarebbe più lui. Meglio rinunciare all'essere che si ama che cercare di modificarlo con la pietà o la tirannia».

Jim avrebbe voluto morire di Kathe. Sopravvivere era un'offesa. I ragni maschi lo sanno, e anche le loro femmine.
da Jules et Jim - Francois Truffaut –

mercoledì 14 ottobre 2009

SEPARAZIONE E RICORDO

Un giorno provai ad alzarmi in volo, provai l'ebrezza di lanciarmi nel vuoto, provai a sfidare le leggi della gravità, studiai e sperimentai tecniche nuove e cercai i luoghi e le correnti giuste ... ma le mie ali , al pari di quelle di Icaro, si sciolsero quando stavo per toccare il sole ....
Precipitai ... tentai di planare ma ... il mio atterraggio di fortuna riuscì a metà. Ora l'infinita gioia che pervase il mio cuore ha lasciato il posto al dolore e , quasi incapace di muovermi, sto pensando a dove ho sbagliato. Ripasso mille volte con la mente ogni istante, ogni secondo di quell'indimenticabile volo.
Forse ora è meglio che la smetta di ingannarmi. Forse ora è tempo che comprenda che le mie ali non mi porteranno mai più da nessuna parte. Forse è giunto il momento che capisca che queste ali, costruite con tanta pazienza ed infinito amore sono diventate inservibili. Queste ali, che mi hanno permesso di toccare il cielo sono diventate ormai solo un peso. Forse è giunta l'ora che mi rialzi e ricominci a camminare. Questa volta con i piedi ben saldi a terra. Dimenticando impossibili voli .
Evitando di guardare in alto ... evitando di guardare il sole e le stelle...
"Non esiste separazione definitiva finchè esiste il ricordo"
(Isabel Allende)

DISPREZZARE GLI ALTRI

C'era una volta una rosa, molto orgogliosa di essere la piu bella del giardino.
Ma era triste, perché gli uomini la ammiravano da lontano senza avvicinarsi. infatti, accanto a lei viveva un grosso ranocchio scuro. Un giorno la rosa, indignata, gli ordinò di andarsene e il ranocchio se ne andò obbediente.
Qualche tempo dopo, il ranocchio ripassò da lei...e che sorpresa quando vide la rosa smunta e avvizzita, senza piu un petalo e nemmeno una foglia.
- come sei messa! disse il ranocchio. - Che cosa ti è successo?
- da quando te ne sei andato, ogni giorno le formiche mi hanno mangiato un po alla volta e ho perso tutta la mia bellezza - rispose la rosa, profondamente addolorata.
- certo, disse il ranocchio, quando vivevo accanto a te mangiavo tutte le formiche, per questo eri la piu bella del giardino.

Morale
Tante volte disprezziamo gli altri perché ci crediamo migliori o piu belli di loro, e perché pensiamo che gli altri non ci servano. Dio non crea nessuno perché sia al primo posto nel mondo, tutti abbiamo qualcosa da insegnare agli altri e qualcosa da imparare. Nessuno ha il diritto di disprezzare un altro, perché forse ci sta facendo del bene che scopriremo solo piu tardi.
Eric de La Parraz Paz

SE LA MIA VITA FOSSE PROPRIO QUELLA VOLTA

Ma la vita è veramente come il gelato biscotto vaniglia e cioccolato?
Io preferivo la vaniglia, allora iniziavo a mangiarlo dal cioccolato, così me la tenevo per la fine.
Da vero cattolico mettevo il sacrificio davanti e la goduria dopo.
Una volta a metà mi è caduto, proprio quando dovevo mangiare la vaniglia... ploff! Per terra.
Una volta solamente.
E se la mia vita fosse proprio quella volta?
(FABIO VOLO)

FORTUNA O SFORTUNA ?

Racconta un'antica storia popolare cinese di un vecchio contadino al quale una mattina fuggì il cavallo che adoperava nel lavoro dei campi. Alla notizia i vicini di casa si recarono subito dal contadino per manifestargli la loro vicinanza in questo momento di grande sfortuna per lui. "Sfortuna, fortuna, e chi può dirlo?!", si limitò a dir loro il vecchio contadino.Il giorno seguente, infatti, il cavallo fuggito fece ritorno alla stalla; aveva trascorso la notte sulla montagna e, tornando a valle, era stato seguito da una mandria di cavalli selvatici.Quando i vicini vennero a saperlo, subito corsero dal vecchio per congratularsi con lui della straordinaria fortuna che gli era capitata! "Fortuna, sfortuna, e chi può dirlo?!", sentenziò nuovamente il contadino.Fu così che quello stesso giorno il figlio del contadino decise di cavalcare il più forte dei cavalli selvaggi, per ammaestrarlo e utilizzarlo nel lavoro nei campi. Ma mentre tentava di domarlo, il cavallo selvaggio lo disarcionò, facendo cadere violentemente a terra il figlio del contadino che si ruppe una gamba.Ancora una volta la gente del villaggio non esitò nel correre a casa del contadino per piangere insieme a lui l'evidente disgrazia che su di lui si era abbattuta. Ma ancora un volta il vecchio non si scompose più di tanto e si limitò a sentenziare: "Sfortuna, fortuna, e chi può dirlo?!"Avvenne infatti che in Cina scoppiò una terribile guerra e che i capi dell'esercito, che viaggiavano di villaggio in villaggio per reclutare soldati, vedendo il figlio del contadino con una gamba rotta non si fermarono e passarono oltre.
ANTICA STORIA POPOLARE CINESE

lunedì 31 agosto 2009

LA FIGLIA DELL'OSTESSA

Tre giovani passarono oltre il Reno, presso un ostessa presero alloggio.
“Ha vino e birra, signora ostessa? Dov'è sua figlia, lei così bella?”
“La mia birra e il vino è fresco e chiaro, la mia figlioletta è sul catafalco”.
E quando furono in quella stanza c'era lei dentro, in una nera bara.
Il primo, fu lui ad alzare il velo, e la fissava con sguardo mesto:
“Ah, bella ragazza, se tu vivessi, da quel momento ti amerei”.
Il secondo rimise il velo dov'era, si allontanò e intanto piangeva:
“Ahimè, tu giaci dentro la bara, per tanti anni io ti ho amata”.
Il terzo lo alzò subito ancora e la baciò la bocca così smorta:
“Ti ho sempre amata, anche ora seguito ad amarti e ti amerò in eterno”.
Ludwig Uhland

RIMANERE IN SILENZIO

In un piccolo tempio sperduto su una montagna, quattro monaci erano in meditazione.
Avevano deciso di fare una sesshin di assoluto silenzio.
La prima sera la candela si spense e la stanza piombò in una profonda oscurità.
Sussurrò un monaco: “Si è spenta la candela !”.
Il secondo rispose: “Non devi parlare, è una sesshin di silenzio totale”.
Il terzo aggiunse: “Perché parlate? Dobbiamo tacere, rimanere in perfetto silenzio !”.
Il quarto, il responsabile della sesshin, concluse: “Siete tutti stolti e malvagi, solo io non ho parlato !”.